Il silenzio, gli stivali e i nostri freni a mano
Avevo appena finito di scrivere un articolo sul primo posto conquistato dal comprensivo di Santhià per un progetto regionale contro il bullismo. Chiudo il file, apro Facebook e mi trovo davanti un post.
Christian, 20 anni. Abita all'estero, fa il ballerino, ama la vita ed è gay. Un dettaglio, quest'ultimo, che francamente non avevo nemmeno notato in prima battuta. È tornato per qualche giorno nel suo paese in Valsesia per una nota kermesse musicale locale ed era dubbioso se, per uscire, indossare o meno i suoi amati stivali anni '90. Alla fine decide di metterli abbinati a dei jeans e ad una canotta.
A fine serata, sulla strada del ritorno prima si sente urlare: "F****o, guarda come sculetti". Poi, ancora più vicino a casa, una macchina si ferma solo per sputargli in faccia la stessa parola: "F****o". Christian scoppia a piangere.
«Io non ho paura di essere gay. Mi rifiuto di smettere di indossare i miei adorati stivaletti neri»
Nel suo post scrive una cosa che mi ha trafitto: «Io non ho paura di essere gay. Sono cresciuto con l’idea che *** fosse un paesino e che fosse “normale” che la gente fosse un po’ indietro su certi temi. Così ho finito per convincermi che fosse normale cercare di dare meno nell’occhio possibile per camminare tranquillo per queste strade… Io non voglio essere meno di ciò che sono. Non voglio stare attento a come parlo, non voglio controllare il mio modo di camminare, e mi rifiuto di smettere di indossare i miei adorati stivaletti neri».
Alla fine chiede una cosa minima, quasi banale: di educare i figli al rispetto. E se proprio non riusciamo a tollerare il "diverso", almeno di insegnare loro il silenzio, per evitare di rendere il mondo un posto peggiore.
Chapeau, Christian. Hai 20 anni e una maturità che molti non raggiungono nemmeno a 70.
Silenzio. Che bella parola. Troppo spesso non usata da chi, invece di sparare addosso la propria mediocrità insultando gli altri, dovrebbe solo tacere.
Ho riletto quel post svariate volte. A parte l’evidenza che c’è un problema di fondo in una società che ancora oggi pesa il valore delle persone da come si vestono o da chi amano, la verità che mi ha colpito è un'altra.
Mi sono resa conto che spesso i pregiudizi e i timori ce li buttiamo addosso da soli. Troppe volte siamo noi stessi i nostri peggiori nemici, i primi a tirarci il freno a mano per paura di deludere, di non essere abbastanza, di non essere compresi o accettati. Christian, a vent'anni, ha avuto la forza di uscire dalla sua comfort zone, di camminare nel paese in cui è nato sapendo benissimo il rischio di farsi additare.
Ci convinciamo che sia "normale" e anche “giusto” dare meno nell'occhio per viaggiare tranquilli. Ci nascondiamo dietro la scusa del giudizio degli altri per non rischiare, per non cambiare marcia nel lavoro o nella vita.
Ma il punto è che sbagliamo ad autosabotarci. Là fuori ci sarà sempre qualcuno pronto a giudicarci, a non considerarci abbastanza, a guardarci con aria di sufficienza o a non farci sentire nel posto giusto. Tanto vale smettere di spingere su quel freno. Tanto vale indossare quegli stivaletti, mettere la freccia, dare gas... e far mangiare polvere a chi tanto ci criticherà, per il semplice fatto che sa... di non poterci raggiungere.
E tu come mi vuoi? E tu come ti vuoi?
Per di qua, comunque vada, sempre sulla mia strada. 🎧🚀